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Osamu Dezaki, Intramontabile allievo di Tezuka

Ecco un regista di cartoni animati giapponesi che non ha bisogno di troppe presentazioni e, a quanto pare, neppure di tappeti rossi da chiacchierato festival del cinema srotolati davanti ai suoi piedi. Osamu Dezaki è per gran parte della sua storia un regista televisivo e in questa veste è riconosciuto e apprezzato dai fan. Più di quanto egli stesso immagini. Il cinema, sia chiaro, è un capitolo di biografia artistica che non ha mai disdegnato e a riprova di questo sono arrivate pellicole in stato di grazia come Jenny la tennista (1979, suo debutto sul grande schermo), Space Adventure Cobra (1982), Golgo 13 (1983) e Black Jack – La sindrome di Moira (1996). Film che hanno intagliato un profilo più maturo e complesso di questo veterano degli anime. La storia “italiana” in home-video a suo carico per fortuna è la cronaca di un innamoramento reciproco, un invisibile filo rosso che lega il pubblico al regista, il quale sembra deciso a non farsi mancare neppure un tassello nella sua carriera, una carriera di Serie A per lo meno (non potendo sempre e comunque assaltare la sua lunga filmografia che conta più di una trentina di titoli).

LE PIÙ FAMOSE REGIE DI OSAMU DEZAKI

1970
ROCKY JOE
Dal manga di Tetsuya Chiba

1973
JENNY LA TENNISTA
Dallo shojo manga di Sumika Yamamoto

1977
REMÌ
Dal romanzo di Hector Malot, classico strappalacrime

1978
L’ISOLA DEL TESORO
Dal romanzo di Robert L. Stevenson, un classico che mancava

1980
LADY OSCAR
Da Riyoko Ikeda, uno shojo amatissimo

1982
SPACE ADVENTURE COBRA
Da Buichi Terasawa, Science Fiction d’autore

1983
GOLGO 13
Da Takao Saito, un noir animato mai visto prima

1991
CARO FRATELLO
Ancora uno shojo di Riyoko Ikeda, serie tv cult

1993
BLACK JACK
Dal manga di Osamu Tezuka, un piccolo gioiello in animazione

1996
BLACK JACK – LA SINDROME DI MOIRA
Dezaki torna al cinema in grande forma

1997
HAKUGEI DENSETSU
Moby Dick  riletta in chiave Science Fiction

Prima cosa da mandare a mente: Dezaki è un altro degli allievi più devoti e fortunati di Osamu Tezuka. Nato a Shinagawa, Tokyo, il 18 novembre 1943, inizia una carriera all’insegna della regia quando ancora la televisione dei cartoni animati era in bianco e nero e muoveva i primi passi verso quel boom degli anni Settanta che avrebbe cambiato per sempre i connotati degli anime, e di cui Dezaki sarebbe stato uno dei testimoni e degli interlocutori più infaticabili. Giusto per restare in materia tezukiana, partecipa al progetto di Dororo (1969) che per l’epoca è un prodotto televisivo spiazzante, e indicativo – col senno di poi – di quella che sarebbe diventata la piega autoriale predominante del regista, ovvero un modo di fare animazione che non dovesse rendere conto al solo pubblico di ragazzini. Proprio il suo talento per la regia lo porta a confrontarsi spesso con opere altrui. Non scrive sceneggiature (al massimo supervisiona i dialoghi per meglio coordinare il lavoro sulle immagini). Non è un patito del disegno, ma sa bene cosa pretendere dal suo staff. È un grande appassionato di cinema (soprattutto italiano) e, come diversi altri colleghi e coetanei, sfrutta questa passione per infondere nuova energia e inedito brio alle opere che firma. Se non ci sono budget stratosferici da tradurre in animazioni qualitativamente elevate (standard precluso all’animazione televisiva giapponese dei primi anni Sessanta), il buon Dezaki economizza riuscendo a trasformare immagini fisse in “animazione” col l’ausilio dei suoni o del doppiaggio. Un vero artigiano capace di mettere d’accordo la sua indole artistica esuberante e puntigliosa alle pretese “ristrette” dei produttori. Non stupisce allora che quegli stessi produttori abbiano affidato alle sue cure titoli storici e prevedibilmente di successo, e in alcuni casi tolto la regia a un titolare (il Tadao Nagahama di Lady Oscar) per affidargliela di punto in bianco anche a serie iniziata. Nel 1970 ad esempio è la volta di Rocky Joe dal manga popolare e suburbano di Tetsuya Chiba, già in DVD.

Un piccolo grande cult della serialità televisiva (ma c’è anche un bel film del 1981) in cui il linguaggio dei cartoni animati si fa più adulto e crudo. La storia del pugile Jo Yabuki (Joe nella versione italiana) e il suo cammino verso il successo sono un espediente per raccontare non soltanto il mondo del pugilato, ma anche il “mondo” come si presentava negli anni Settanta. Un mondo di crescita economica ma pure di poveracci e ubriaconi, di gente che tira avanti come meglio può e di gente che sogna in grande senza dimenticare le proprie umili origini. Da autentico umanista Dezaki non si lascia scappare l’opportunità di segnalare “questo” realismo in quello che porta sul piccolo schermo e per farlo si lascia aiutare da due artisti che diventeranno per lui insostituibili collaboratori di tutta una vita: Akio Sugino al character design e alle animazioni e Hirokata Takahashi come direttore della fotografia. È vero che i risultati migliori si avranno solo in seguito ma è a partire da Rocky Joe che la cifra stilistica di questi tre signori dell’animazione si tradurrà in elemento caratteristico, una luogo comune (pensate ai tratti grezzi dei personaggi, ai grandi occhi espressivi, alle animazioni semplici ma drammatiche) riconoscibile a vista.
Altra regola da ricordare: Dezaki non si cura troppo delle apparenze. Può passare con immacolata serenità da un prodotto per bambini come Le avventure di Ganba (1975) a serie melodrammatiche tipo Remì (1977), oppure lasciarsi convincere a dirigere ben tre serie televisive tratte da shôjo manga di successo senza essere in realtà un appassionato del genere e senza neanche aver mai letto un solo volumetto. È il caso, in ordine di apparizione, di Jenny la tennista (dal fumetto di Sumika Yamamoto), di Lady Oscar (1979, dall’opera di Riyoko Ikeda) e di Caro fratello (1991, sempre della Ikeda). Tre modi diversi di raccontare uno stesso mondo romantico e tre modalità di arrivare non solo al pubblico femminile ma anche a quello maschile, giungendo a suscitare importanti dibattiti tra i fan (e su questo Lady Oscar è un campione imbattibile). In questi mesi gli estimatori del regista hanno potuto riassaporare peraltro il sapore di un classico poco visto in TV, e troppo tempo assente, come L’Isola del tesoro (1978) dal romanzo di Robert L. Stevenson.

Forse uno dei suoi lavori più interessanti e uno dei serial d’animazione in cui la storia grosso modo è la stessa del libro ma finisce per appassionare grazie al clima avventuroso e tensivo con il quale Dezaki orchestra ogni singolo episodio. Roba d’altri tempi, si dirà, eppure il fascino esotico di questa serie non è meno intrigante di opere più conosciute come Lady Oscar o i recenti e bellissimi OAV dedicati al dottor Black Jack (1993), dal fumetto di Tezuka. E oggi che quest’ultimo è diventato una serie televisiva a cartoni diretta dal figlio del disegnatore, Makoto Tezka, non molto amata dalla critica per la verità, quasi si rimpiange che Dezaki abbia preferito dedicarsi a un titolo pacioccoso e kawaii come Hamtaro (i film) oppure supervisionando con occhio paterno le nuove prove televisive di Lupin III, a cui per tutto il corso degli anni Novanta ha dedicato parte delle sue energie, trasformandolo in appuntamento di successo sulla rete Nihon Terebi in forma di TV movie. Altre regole per imparare ad amare questo grande vecchio degli anime non ci sono. C’è solo l’imbarazzo di non sapere quale dei suoi serial e dei suoi film amare di più.  

CURIOSITÀ

A partire dal 2001, con diversi appuntamenti tenutisi a Shinjuku e chiamati per l’occasione  “Osamu Dezaki Night”, il celebre regista giapponese si è circondato di stimati collaboratori e amici per presentare al pubblico le edizioni in DVD dei suoi film e delle serie televisive più celebri. Tra gli amici figuravano Masao Maruyama, direttore di MadHouse Studio (la compagnia che proprio Dezaki contribuì a fondare nel lontano 1978), Shichiro Kobayashi (art director di fiducia presso lo studio TMS e autore per Dezaki degli sfondi di Le avventure di Ganba), il regista Koji Morimoto e la produttrice Eiko Tanaka. Tra le guest star c’era la cantante Eiko Kudo che proprio ad alcuni lavori del regista ha prestato la sua bella voce per le canzoni delle sigle. I titoli presentati andavano da Remì ai due film di Golgo 13, fino al grande successo di allora: Hamtaro.

Black Jack: © 1993 Akita Shoten/Black Jack Committee/Columbia Ent./Tezuka Productions
Rocky Joe: © 1970 Tetsuya Chiba/Mushi Productions/Fuji TV
L'isola del tesoro: © 1978 Tokyo Movie Shinsha
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Corazzata Yamato - Siamo tutti figli delle stelle

Ai confini dell’universo tutto è possibile e nulla è prevedibile. Questo deve aver pensato – fra le altre cose – Leiji Matsumoto quando Uchu Senkan Yamato (Corazzata Spaziale Yamato, 1974) vide finalmente la luce. E non fu il solo. Yamato ha scritto un importante capitolo di storia degli anime giapponesi. Un incarico che ha condiviso con il geniale Yoshinobu Nishizaki, senza il quale il celebre disegnatore non avrebbe potuto contribuire di più. Trent’anni fa, anno più anno meno, la serie televisiva Corazzata Yamato transitava sullo stesso binario del manga disegnato da Matsumoto. All’inizio le cronache dell’epoca riferiscono che non fu un successo. Quantomeno non il successo che tutti si attendevano. Ma poi inspiegabilmente con la replica della serie e la distribuzione nei cinema del primo film le cose cambiano. Il film incassa cifre record e chi bazzica il cinema animato per professione inizia a parlare di anime boom. Altri tre film seguirono quell’evento, a cui si aggiunse anche uno Special Tv. Per capire la portata fenomenica di Corazzata Yamato, da noi stazionato su Rete 4 con il titolo Starblazers, basta fare l’appello ed evocare i nomi di alcuni tra i migliori animatori e registi di questi anni: Shoji Kawamori (Macross), Yutaka Izubuchi (Patlabor), Hideaki Anno (Evangelion) sono i più celebri anime-fan che subirono il fascino stellare della saga decidendo di votarsi professionalmente al mondo dell’animazione.

Grazie a Corazzata Yamato la fantascienza non fu più la stessa. Il genere diventò un contenitore di nuove pulsioni, nuove strade da percorrere e alcuni risultati si vedono ancora oggi. Provate a chiedere agli autori di Ginga Eyu Densetsu (La leggenda degli eroi galattici, 1987), Irresponsabile Captain Tylor (1993) o Nadesico (1995) se non la pensano come noi. Il genere in animazione soprattutto non è più stato lo stesso: space-opera per metà fantascienza, per l’altra melodramma. Se le frontiere spaziali si arricchiscono di astronavi colossali, pianeti colonizzati o da colonizzare, federazioni intergalattiche di ogni colore il giusto riconoscimento va indirizzato a Matsumoto e Nishizaki. Grazie anche a un optional che raramente si è ripresentato con il medesimo impatto emotivo: le angeliche presenze di personaggi femminili, capaci di esaltare il lato romantico della situazione, di catturare il cuore degli eroi e pure quello dello spettatore.

Cult lontano dagli stereotipi
Nishizaki proveniva dal mondo della musica e del teatro ed era approdato nell’industria dei cartoon grazie a Osamu Tezuka e a una provvidenziale collaborazione avvenuta con il “Dio dei manga” nel delizioso Umi no Toriton (1972). L’esperienza lo elettrizzò positivamente, dal momento che già l’anno seguente iniziò a pensare a un soggetto cinematografico di genere fantascientifico. Il materiale preparatorio dell’epoca rivela il suo intento di emulare visivamente l’iconografia classica maturata nella science fiction hollywoodiana di film come Il pianeta proibito (1956) diretto da Fred McLeod Wilcox e che ispirerà la nascita del robot a bordo della Yamato. Il progetto prende piede con l’integrazione di Matsumoto, il quale si occupa del lavoro più gravoso: disegnare un intero fumetto. Nishizaki invece si ritaglia il ruolo del supervisore dei progetti televisivi e cinematografici, anche quando non più salutati dall’interesse degli appassionati. L’affetto è scostante ma il pubblico ha intuito di trovarsi sulla soglia di un altro modo di intendere le avventure spaziali. La prima stagione guadagna con fatica un 6 per cento di ascolti, dovendo affrontare come avversario l’imbattibile Heidi di Isao Takahata. Lo spirito rinunciatario di autori e produttori si traduce in una drastica riduzione degli episodi della serie da 52 a 26. Medesima strategia verrà adottata per le altre due stagioni.

Ambientato nell’anno 2199, Corazzata Yamato ha per protagonista un pianeta Terra ormai morente, bersaglio di micidiali bombardamenti radioattivi spediti dallo spazio da un crudele mittente: l’impero di Gamilas. La superficie terrestre è un deserto, gli oceani si sono prosciugati e gli esseri umani sopravvissuti all’olocausto sono costretti a rintanarsi nel sottosuolo in megalopoli spettrali. All’estinzione definitiva del genere umano occorrono solo 365 giorni. Ma nel momento in cui ogni speranza è svanita, dallo spazio arriva un messaggio inviato dalla Regina Stasha del pianeta Iskandar, dove è custodito il prezioso Cosmo Cleaner D (da noi: Cosmo Dna) in grado di riportare la vita sulla Terra. Privati di ogni vascello spaziale utile per compiere la missione, i terrestri ripongono ora ogni fiducia nel relitto di un’antica corazzata che risale ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Il suo nome è, ovviamente, Yamato. In pochissimo tempo viene reclutato un formidabile equipaggio di uomini al comando del Capitano Juzo Okita (in Italia diventerà Capitano Avatar). Tra i cadetti emerge l’irrequieto Susumo Kodai (alias Derek Wildstar). Giunti a destinazione un’amara sorpresa attende tutti loro: Iskandar altro non è che il pianeta gemello di Gamilas, il nemico che li ha condotti sull’orlo dell’estinzione.
Uchu Senkan Yamato II parte il 14 ottobre 1978 con 26 nuovi episodi. La pace è tornata a illuminare la vita dei terrestri e nel 2201 l’umanità ha rapidamente riacquistato ogni perduto equilibrio e benessere. Pure quello burocratico, che senza troppi pentimenti ha stabilito che la Yamato venga smantellata, ormai superata dalla classe di incrociatori Andromeda. Altro messaggio che arriva dallo spazio, altri guai: qualcuno dal pianeta Telezart avverte i terrestri dell’incombente passaggio di una cometa che pare dirigersi proprio verso il terzo pianeta del sistema solare.
Questa seconda stagione conquista un lusinghiero 26 per cento di share e il momento delle rivincite avanza sul doppio binario di tv e cinema: nel ’75 infatti Corazzata Yamato stagione uno viene replicata con enorme successo, mentre nel 1978 esce il primo film di successo della serie: quello che incasserà miliardi di yen infrangendo ogni record per un cartoon.
L’anno successivo viene trasmesso lo Special intitolato Yamato  - Il nuovo viaggio (Aratanaru Tabidachi), dove i nostri eroi corrono in aiuto di Iskandar e Gamilas (nel frattempo diventato amico della Terra). Pur non brillando qualitativamente nelle animazioni e nella narrazione, il tv movie conquista un ottimo 31 per cento di ascolti. Per i produttori è l’incentivo a continuare su questa strada. Nell’ottobre del 1980 infatti parte la terza avventura televisiva, Uchu Senkan Yamato III, ambientata nel 2203. Questa volta i problemi non occorre andarseli a cercare troppo lontano perché il nuovo nemico della Terra è la sua stessa fonte di vita: il Sole.

Con un deludente 15 per cento di share, Corazzata Yamato inizia la sua parabola discendente, quella che – con calcolato clamore e sagace intuito pubblicitario – si concluderà in grande stile nel lungometraggio Yamato – L’ultima battaglia (Kanketsuhen, 1983) dove il celebre incrociatore spaziale verrà immolato e distrutto, non prima di aver riesumato mezzo cast di protagonisti, dato per disperso negli episodi precedenti.
In Italia Corazzata Yamato era arrivato nel novembre 1980 sulla Televisione Svizzera con il titolo Starblazers. Si trattava, ovvio, della versione prodotta negli States, realizzata e distribuita assemblando le prime due stagioni e modificando i nomi dei personaggi. Neanche due anni più tardi il cartoon riappare su Rete 4 mantenendo inalterati il titolo e le manomissioni ma incorporando le avventure della terza serie. È un piccolo successo.

Nishizaki, vecchia volpe…
Quando Corazzata Yamato iniziò il suo viaggio mediatico, l’industria animata del Sol Levante non se la passava troppo bene. Nishizaki pensò di aggirare il problema in un modo piuttosto originale: dopo aver montato una versione del primo film con gli spezzoni della serie – versione rifiutata dalle Major perché anticommerciale e, soprattutto, troppo lunga (3 ore) – noleggia a sue spese un’intera sala cinematografica, senza sapere di fare la storia. Portato a 130 minuti il film viene poi distribuito dignitosamente e alla fine incassa la bellezza di due miliardi di yen. Un record clamoroso. Nella rievocazione della sua tragica battaglia contro Gamilas, Corazzata Yamato si presenta al pubblico cinematografico esibendo titoli di testa del tutto simili a quelli usati nei film classici (come quelli di Akira Kurosawa, per intenderci). Una audace sfrontatezza per un cartone animato. Sfrontatezza ripagata con entusiasmo dalla appena fondata rivista specializzata «Animage», pubblicata da Tokuma Shoten, che le dedica la sua prima copertina. 
Tra i tanti nomi dei veterani di oggi, quella saga aveva chiamato a sé artisti e disegnatori affermati o in via di affermazione: Eiichi Yamamoto, storico collaboratore di Tezuka, fu chiamato in veste di sceneggiatore; Yasuhiko Yoshikazu lavorò agli storyboard, mentre il celebre Noburo Ishiguro figura come autore del mecha design. Tutta gente che avrebbe aggiunto qualcosa della propria abilità e del proprio talento, come Yoshinori Kanada, l’insuperabile animatore che conosciamo per la sua dinamicità in Daitarn III.
Nel 1994 la società West Cape Corporation decide di celebrare a modo suo il ventennale della Yamato producendo una mini serie di OAV dal titolo Yamato 2520. La sintonia “artistica” di allora non si ripresenta come stabilito negli intenti. Emergono i nomi di Toshiyuki Kuboka (al mecha) e, soprattutto, quello di Mahiro Maeda (animazioni); saltano fuori tanti nuovi giovani protagonisti della saga spaziale ma la magia del passato sembra restare un cimelio da archeologia delle immagini. Né più né meno come la sublime istantanea della corazzata imprigionata fra le rocce del deserto radioattivo. Ma nessuno è capace, questa volta, di risollevarla con la stessa passione e testardaggine di Yoshinobu Nishizaki, il grande talento della fantascienza animata che non ripeterà più i successi di quella incredibile stagione dell’anime boom.

© West Cape Corporation

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Gatchaman - La battaglia dei pianeti

Dite la verità: vi siete mai chiesti cosa sarebbero, oggi, i nippo-eroi mascherati se non ci fosse stata la Tatsunoko Production e i suoi difensori del pianeta Terra formato cartoon? Probabilmente non avrebbero la medesima postura eroica, e certamente non salverebbero di continuo l’umanità con la stessa proverbiale convinzione. Votati al sacrificio di se stessi e dei propri cari, gli eroi immaginati da Ippei Kuri e Tatsuo Yoshida sono lo specchio tragico di un mondo che non s’accontenta di essere fatto di celluloide. Sono personaggi che nulla hanno da invidiare a eroi tragicamente simili come Superman e Batman. Ciò che li espone a ben altro confronto è il fatto di essere creature dell’immaginario giapponese a cartoni, per sua natura (o per indole di chi ha firmato la loro esistenza sul piccolo/grande schermo) esasperato, melodrammatico e spesso condotto ai confini della credulità. Il conto, a questo punto, è facile da fare: ci sono stati Kyashan, Tekkaman, Hurricane Polymar.

Tutti eroi solitari, o quasi, tutti partoriti in quella fucina di idee che era la Tatsunoko negli anni Settanta (in seguito, lo sappiamo, lo studio ha vissuto di rendita o perso quel mordente creativo irripetibile). Ma c’è stato anche un momento di vita animata in cui la parola “eroe” andava intesa al plurale, perché a quella maniera erano stati concepiti i giovani protagonisti di Gatchaman (1972), tanto giovani da vedersi caricato sulle spalle il destino della Terra e degli uomini. Nulla di nuovo: l’animazione giapponese ha sempre avuto necessità di carne fresca da mandare al macello o immolare per il bene comune. E cosmico, il destino avventuroso di questo anime, lo è per davvero. A più di trent’anni dalla loro nascita, i cinque protagonisti della lunga serie (105 episodi) diretta da Hisayuki Toriumi finalmente fanno il loro ritorno in Italia, dopo anni di assenza, e lo fanno su supporto digitale. A traghettare immediatamente il ricordo ci pensa, come sapranno gli appassionati di antica data, la sigla italiana dove i nomi dei favolosi cinque venivano introdotti assieme al corrispettivo “mascherato” e quindi: Ken l’aquila, Joe il condor, Jun il cigno, Jinpei la rondine, Ryo il gufo. Simulacri eroici cuciti su misura, soprattutto per fisicità e spessore psicologico. Insomma, un altro colpo di genio di Ippei Kuri e Tatsuo Yoshida, che non hanno mai veramente realizzato prodotti per bambini quando il tema principale era il destino della Terra e del futuro dell’umanità. E infatti non c’è un solo esemplare della quaterna Kyashan-Tekkaman-Hurricane-Gatchaman che si metta strane idee in testa per assecondare i gusti di pubblico e produttori, tranne forse il più ironico e burlone Hurricane Polymar. La storia di questa prima stagione racconta di un nemico venuto dallo spazio per impadronirsi delle risorse energetiche del nostro pianeta. Ma non ha fatto i conti con la squadra dei Gatchaman, equipaggiata con armi altamente sofisticate e con l’astronave God Phoenix al seguito, quando non alloggiata in una base sottomarina. Il nemico ha un nome, Galactor, e al vertice del comando troviamo l’immateriale Leader X (del quale si vede solo il volto, senza bocca) e, di stanza sul suolo terrestre, il “multiplo” Berg Katse, mascherato e con una singolare doppia natura maschile/femminile che sembra quasi fatta apposta per i grandi e storici cattivoni dell’animazione giapponese (qualche dubbio? Correte a vedere Mazinga Z). Naturalmente i giovani adolescenti trasformati in eroi non sono ordinari come natura imporrebbe, ma posseggono qualità di comando (Ken) e di combattimento (Joe) invidiabili, quasi facessero da sempre parte del loro dna. Senza eccezioni di sorta: Jun è l’unica donna del gruppo e mescola assai bene le competenze tecniche che servono per imprese mortali come le loro al suo spirito femminile e materno, sempre utile per ammorbidire tensioni e problemi. E c’è poi un ragazzino di dieci anni, Jinpei, dal quale difficilmente ti aspetteresti gesta supereroiche. L’unico forse più in disparte dall’azione è Ryu Nakanishi, il “gufo” che sta al comando della God Phoenix.

Mica è finita qua, perché tradizione di casa Tatsunoko vuole che non si dia mai tutto per scontato: i cinque di Gatchaman sono loro malgrado costretti ad affrontare situazioni ed eventi che vanno molto al di là della loro giovane età. Non a caso le vitali questioni di vita e morte sono sempre affidate a una decisione o a un gesto di Ken e Joe. E questo spiega l’alto tasso drammatico della serie e le numerose implicazioni etiche e sociali che gli autori hanno voluto infondere a questo anime di smisurato successo. Una vera e propria pietra miliare che ha fatto storia, nel bene e nel male. Quando gli è andata di lusso, si è vista infatti commissionare altre due stagioni: Gatchaman II (1978, 52 episodi) e Gatchaman Fighter (1979, 48 episodi), la prima diretta dal veterano Hiroshi Sasagawa – storico collaboratore di Ippei Kuri e Tatsuo Yoshida che si occuperà in seguito di tutte le esilaranti Time Bokan Series. Quando le cose sembrano fatte apposta per danneggiare situazioni produttive idilliache, ecco la storica controversia americana circa l’adattamento e la messa in onda di un Gatchaman quasi irriconoscibile dall’originale e subito ribattezzato Battle of the Planets (come poi è giunto all’orecchio dello spettatore italiano). Come già per operazioni di smantellamento piuttosto celebri (vedi Macross/Robotech), quando il serial della Tatsunoko viene acquistato nel 1978 per la distribuzione negli Stati Uniti non viene tradotto in tutta la sua fluviale lunghezza. Inoltre ogni episodio viene spezzato e gli vengono aggiunte sequenze che nulla centrano con la continuity narrativa voluta dagli autori giapponesi.

O peggio: vengono inserite sequenze ambientate nello spazio così da snaturare del tutto il concept “terrestre” della serie, come se tutto dovesse per forza verificarsi altrove. In realtà l’alterazione della serie era un escamotage per eliminare ogni riferimento crudo e violento di Gatchaman, e riuscire a tramutare la serie in un prodotto alla portata dei ragazzini. Perfino l’identità sessuale di Berg Katse viene prontamente ricondotta a più mascoline origini, mentre – forse avendo in mente Star Wars, allora appena uscito nelle sale americane – un nuovo personaggio entra a far parte del cast, all’insaputa dei cinque giovani protagonisti. Ha le fattezze di un robot, chiamato 7-Zark-7, e nulla centra con l’originale giapponese.

Eppure fu un successo. Come in Italia. Soltanto in seguito, con maggiori informazioni a disposizione, gli appassionati scoprono che parte del fascino della serie risiede anche nel character design: prima immaginato da Yoshida e in seguito portato in animazione da Yoshitaka Amano (al lavoro su gran parte dei titoli Tatsunoko e oggi illustratore di fama internazionale). In tempi recenti ci ha pensato il disegnatore Alex Ross a tradurre tutta la passione per i Gatchaman in qualcosa di concreto e innovativo, come il fumetto pubblicato da noi per Star Comics. I volti di questi giovani eroi mascherati sono sempre gli stessi, le posture immancabilmente slanciate in avanti, come fossero pronti ad affrontare nuovi mortali nemici. Ma chissà perché, il tempo non sembra aver alterato ancora il fascino vero della serie, da prodotto di culto che non può mancare in ogni grande collezione, compresa l’emozione indicibile di guardare questi giovani eroi dritto negli occhi e vederli calati nei loro (improbabili) costumi da uccello mentre sfrecciano sullo schermo. 

 © 1972 Tatsunoko/Fuji TV/Family Gekijou