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Approfondimento
Quello che le donne non dicono

Succede qualcosa di inaspettato nel salotto di Venere. Fiction o non fiction, la figura femminile in Giappone è parecchio cambiata, anche se persistono etichette vecchie e nuove col solo scopo di ingabbiare qualsiasi fenomeno sociale. Nessuna propaganda femminista all’ordine del giorno, ma il Potere delle donna si fa sentire, anche nel paradosso dell’intransigenza (e invadenza) maschile. E il business delle immagini è forse quello che ci vede meglio di tutti. Da quando le numerose fidanzatine animate del Giappone (Kyoko Otonashi, Minami Asakura, Madoka Ayukawa) si sono sistemate, Cartoonia non è più stata la stessa e, stufa del romanticismo, ha posto una taglia sulla “nuova” figura femminile del giorno dopo. Ma nessuna ancora ha incassato la ricompensa.
Breve e lapidario viaggio alla ricerca di Eva, con l’avvertimento che qui non necessariamente alloggia la verità.

Oh, my God!
È accaduto e non ce ne siamo accorti. Prodighe di consigli per il cuore e spesso ingessate in un tradizionalismo da manuale (un tempo) inviolabile, le eroine di anime/manga a loro volta amatissime dal pubblico, stentano a riconoscersi in un contesto sociale a tal punto scosso dai fremiti della mutazione che già adesso non è più lo stesso di qualche riga più su. A saperlo prima ci si procurava almeno un cronometro, anche se non è lo scorrere del tempo a influire. Né tanto meno ci si prostrerà al ludibrio farneticante di certi signori della carta stampata (a sentire i quali da tempo “Heidi e Candy Candy hanno perso la verginità”) per capire che un ennesimo tentativo di rivoluzione sessuale è partito agli inizi degli anni ’90, investendo su storie, personaggi e autori. La stessa parola introspezione è la chiave di lettura più invitante per mercanteggiare con gli animi di queste eroine, eppure è un fardello così ingombrante che lo si sente ripetere davvero troppo spesso. Probabilmente non sono le parole a dover trovare una voce, bensì l’esatto contrario. Si è sicuri di una cosa soltanto: il Giappone adora etichettare tutto e tutti quasi si trattasse di scatolame da supermarket (e in fondo lo è). Parole come geisha, enjokosai, office lady continueranno a far parte di un vocabolario giorno dopo giorno sempre più affollato e ricco; o meglio, faranno parte di un catalogo studiato per saziare la fame del Mercato.

Ecco perché non mancheranno mai all’appello eroine trasformiste nella fantasia di disegnatori e animatori (con o senza scettri e poteri magici), né mancheranno svergognate signorine al soldo del machismo più godereccio o lolite con indosso i colori dell’arcobaleno per quietare “difetti” comprensibilmente maschili quali la timidezza, l’ansia da prima volta o indecisioni ataviche. E non mancheranno neppure gli harem virtuali (vedi: St. Luminous Mission High-School) o le ragazze-per-gioco (vedi: To Heart e Sentimental Journey). E se non sono i sostantivi a mancare, ciò di cui forse abbiamo bisogno è una scarica di aggettivi: le figure femminili del passato decennio si sono rivelate infatti più aggressive che mai, in netta rivalsa sull’eroismo maschile (vedi: Silent Mobius, Berserk, Bubblegum Crisis 2040, Angel Links, Utena, Queen Emeraldas) e intenzionate a stazionare in tutti i generi a disposizione, addirittura soverchiando il posto occupato da altri (Rina Inverse, da Slayers, e il genere cavalleresco ad esempio). Qualcuna di loro ha crisi di identità che ancora esercitano un notevole fascino sugli affezionati cultori dell’ancestrale complessità dell’essere cartoon (vedi: Rei Ayanami di Evangelion, Lain Iwakura di serial experiments lain o Miaru in Gasaraki); qualche altra nega quanto esercitato con forza fin qui trasformandosi in patriottico manifesto di reinserimento nel più “giusto” ordine fenomenico, sociale e spirituale (vedi: Taeko Okajima di Omohide Poroporo).
Maggiore è la libertà degli shojo manga. Dove è possibile e auspicabile fornire alibi e impressioni diverse, dove fumetti di autrici come Kyoko Okazaki e Moyoko Anno frantumano la cornice ideale e blandamente commerciale della Donna, esibendo al contrario una fisionomia infedele alla norma e ai cliché. In aggiunta, e senza pentimento, forniscono una rancorosa analisi di vizi e virtù raccontandoci la massacrante concatenazione di diritti e doveri del Sol Levante in gonnella.

Le idol? A conti fatti ce ne sono sempre meno a catalizzare il desiderio e ce ne sono numerose altre che inflazionano la necessità di questo genere “vivente” di prodotto multimediale. Quelle a cartoni dei gloriosi anni ’80 sono paradossalmente frigide, o perché galvanizzate da un successo personale che annega il sentimento (allora, ammirate Sharon Apple di Macross Plus e diteci se il suo fascino non è già quello delle sirene della mitologia, sorta di revenant olografico e immateriale); o perché il corpo vero è ancora a livello premestruale e a rischio pedofilia (vedi: Creamy, Magica Emi, Fancy Lala). Non a caso l’esempio definitivo in materia è anche quello più estremo: in Perfect Blue l’idol Mima Kirigoe decide di mollare la zuccherosa immagine da cantante (dove appunto somiglia tanto a una caramella) per diventare attrice. Lo fa sporcando la propria immagine, acconsentendo a un servizio di nudo e interpretando una torbida scena di stupro, tanto «l’ha fatta anche quella Jodie… come si chiama?», la giustifica il suo agente. Pure questo rientra nella compensativa rivoluzione di fine millennio, perché queste ex-bambole sono sempre più determinate (ecco: altro aggettivo da includere alla lista) e lo spogliarsi non appare neanche più un allarmante tabù. Esattamente come potrebbe accadere nella vita vera, di idol in carne e ossa. Messaggio promozionale: l’immagine è tutto, l’immagine è zero. Uguale: è ancora lecito domandarsi se esistono confini non varcati? Risposta di Satoshi Kon, regista di Perfect Blue: «Ritengo che la scelta di Mima a interpretare quella scena sia giusta. È una decisione presa in considerazione della sua carriera d’attrice. Come persone adulte, sopportiamo prove durissime per venire “approvati” come individui e quella dello stupro è una prova estrema». Creamy è morta, dunque: viva Creamy.

Essere (post-umano) o non essere
La “macchina” è per lo più Donna. Dove naturalmente “macchina” sta per entità artificiale. Pensate al calcolatore Mater in Alien (1979) o alla stessa Rete che nel cinema animato giapponese ha persino dato alla luce una bimba nata nel caos informatico: Motoko Kusanagi di Ghost in the shell, con lo stesso corpo di Eva e qualche citazione biblica in più giusto per non tradire le ossessioni del regista Mamoru Oshii.
Vista da alcuni artisti, la donna è un essere post-umano, simile ai replicanti di Blade Runner (1982). Ecco cosa scriveva la giornalista Cloe Piccoli sulle pagine del settimanale “D-Donna”: «dietro una dolce e sensuale replicante realizzata dalla giapponese Mariko Mori nel suo video Miko no Mori (1996) si cela proprio il contrario: la ricerca di una precisa identità e la volontà di evadere dall’anti-individualismo che, antico retaggio, è ancor oggi tipico della società giapponese. L’immagine di donna di Mariko Mori è a tal punto un surrogato di luoghi comuni della bellezza più banale portati al delirio estremo da risultare quasi un mostro cibernetico. Eppure Miko no Mori – che è poi Mariko Mori, capelli ossigenati color platino, labbra siliconate a forma di cuore, unghie laccate d’argento lunghe tre centimetri, gli occhi accesi dei robot – esercita nel video, mentre strofina eroticamente una palla di vetro, quel fascino perverso e falso dei perfidi replicanti dei film di fantascienza. Donne con tute spaziali o abiti da marziani, astronavi a forma di bolle di sapone, rocciosi deserti lunari sono all’ordine del giorno nelle immagini di Mariko Mori, che in epoca di viaggi interplanetari tratta l’argomento con distacco e con i piedi ben saldi a terra» (31 maggio 1998). Un ibrido dunque. Metà organismo, metà macchina. Il cyborg che, qualcuno stenterà a credere, è creazione della studiosa Donna Haraway. Gli anime, intanto, sembrano concordare a distanza: in Armitage III (1995) scritto da Chiaki J. Konaka, geniale sceneggiatore di serial experiments lain (1998), la presenza cibernetica ha ovvie fattezze femminili, con l’aggravante di soccombere alla discriminazione razziale. E che la science fiction sia un valido motore di ricerca per queste inestricabili (dis)soluzioni esistenziali è presto detto: da Galaxy Express (1979) a Sol Bianca (1998) passando addirittura attraverso spiritosaggini  tipo Nadesico, anche l’universo è diventato un crogiolo di donne in cerca di definizione. Oppure si sceglie di restare sulla Terra e guardare Mikako Koda di Curiosando tra i cortili del cuore (Gokinjo monogatari, 1995) e i suoi “warp” usati per eclissarsi da situazioni imbarazzanti. Non è forse anche questo (assieme alla “cibernetizzazione” imposta dal super deformed) un rissoso caso di personaggio post-umano?

Disturbing Behavior
Cioè: “comportamento disturbato”. Esiste ai margini un contesto di sole donne che si spinge oltre la frizzante armonia simbolica dello shojo. Prendete Caro fratello (1991) di Osamu Dezaki, tratto da un fumetto di Riyoko Ikeda. Avete presente la protagonista Nanako Misonoo? Il suo arrivo al Liceo Seiran coincide con il tragitto più frequentato nella storia dei cartoni giapponesi: quello che conduce dal grado pre-adolescenziale (la Scuola media) all’adolescenza vera e propria. Con annesse gioie e traumi.

Ciò che poteva somigliare a una retorica escursione nel mondo scolastico giovanile rivela però ben presto una diversa sfaccettatura, complice un entourage esclusivamente femminile che si aliena dall’infrastruttura borghese di quel liceo. La celebre Sorority House di Lady Miya è un piccolo circolo Pickwick ma più crudele e selettivo, una grande famiglia in cui assieme alle belle virtù di una ragazza sono ammesse anche forme di invidia e rivalsa che storpiano loro i volti angelici. Le donne della Sorority appartengono a un girone altolocato e sofisticato in competizione con il mondo maschile e questo spiegherebbe non soltanto il latente clima omosessuale  ma anche l’intransigente rifiuto ad accogliere ragazze difficili come Saint Just e Kaoru. Dezaki non ripete scelte stilistiche operate ai tempi di Jenny la tennista (1973), volti senza occhi che fissano la protagonista, ma si limita a dire in un’intervista al mensile «Animerica»: «Le ragazze sono dotate di maggior immaginazione rispetto ai ragazzi, così la loro emotività è più seducente. Le ragazze non corrispondono affatto a quell’immagine effeminata e piagnucolosa che noi uomini ci siamo fatti. Hanno lati terrificanti, ma possiedono anche una particolare energia e questo è quel qualcosa che amo rappresentare. Quando diressi Caro fratello, Riyoko Ikeda mi disse che conoscevo le donne meglio di altre donne». E tanto basta.

Tutti pazzi per Shiori Fujisaki
Cosa succede quando milioni di ragazzi si innamorano della stessa ragazza? Beh, per prima cosa tentano di strapparle un appuntamento, poi cercano di conquistarne il cuore. Il lato incoraggiante della cosa è che nessuno dei pretendenti è a rischio rissa, in quanto la signorina in questione non è una semplice ragazza ma una delle icone della realtà simulata: Shiori Fujisaki. Incline alla perfezione, Shiori è intelligente e bella, ha misure da modella, una voce da idol (che convola a giuste nozze con una serie di album) ed è eternamente giovane. Shiori è stata la protagonista del gioco Tokimeki Memorial (oltre un milione di esemplari venduti), a sua volta trasformato in film dal vivo e quindi in OAV (con Hideyuki Motohashi al character design). Una delle regole del gioco presume totale immedesimazione da parte del giocatore, che accettando queste regole sceglie di interpretare un adolescente egli stesso (e magari ha 32 anni come questo fan che dice: «L’aspetto interessante del gioco è che i giocatori sono costretti a rivolgere ogni attenzione verso se stessi per capire come comportarsi in maniera carina con Shiori»).

L’eccitante casualità della simulazione, con il maschietto come soggetto d’azione e la ragazza nello scomodo e inflazionato ruolo di oggetto del desiderio, fornisce spunti nuovi per l’identificazione del personaggio femminile nella fiction animata. Shiori sarà pure oggetto del desiderio ma è anche un’entità pensante – altro cyborg? – fintantoché alle sue spalle esistono plotoni di animatori/programmatori che le forniscono di continuo un background e, soprattutto, le cose giuste da dire al momento giusto. Un po’ come Kyoko Date. Soltanto, è la prima volta che l’effimero (un non-esistere di questo mondo, salvo per la voce “vera” della doppiatrice Mami Kingetsu) supera le barriere dell’ingenuità collettiva offrendosi come simulacro di vendita (il game, i soundtrack, le tazze da tè, ecc.) e come fenomeno culturale.
«Non devo preoccuparmi del denaro, quando prendo appuntamento con queste ragazze», spiega uno studente di 16 anni. «Esco per diventare popolare con dodici meravigliose ragazze. Poi tutto quello che devo fare è attendere che una mi dica che le piaccio. Non è affatto realistico, lo so. Forse questo è il motivo del suo divertimento». Anche perché c’è l’optional della maschera da calare virtualmente sul volto: «Se le ragazze del gioco mi chiamassero con il mio vero nome – continua il fan sedicenne – mi imbarazzerei da morire. E comunque non sono mica io quello sullo schermo, ma un altro personaggio che deve sviluppare il suo ruolo».
Su queste note apocalittiche della gioventù perduta del Sol Levante (ma non solo), si è inserita una serie tv animata non molto diversa, Sentimental Journey (1998) diretta da Kazuyoshi Katayama (Super Atragon), in cui il gioco avviene al rovescio a partire da ricordi ed esperienze di ciascuna eroina chiamata in causa. Altro genere di individualismo esasperato insomma, altro tipo di schieramento sentimentale ed esistenziale per queste ex cute girls dell’animazione nipponica, senza le quali l’Industria sarebbe da tanto defunta.

Orange Road: © 1987 Studio Pierrot/Toho/NTV
Utena: © 1997 TV Tokyo/J.C. Staff/Be-Papas
Tokimeki Memorial: © 1999 Konami