Yamato Video
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Maison Ikkoku

Succede che il 2006 diventerà l’anno di “Maison Ikkoku”. Per svariate ragioni, non ultimo il fatto che prossimamente la serie televisiva sarà raccolta in dvd da Yamato Video, andando così a fare compagnia al toccante film del 1988 “Capitolo Finale” diretto dall’esperto di sentimenti Tomomi Mochizuki. Ma intanto un sondaggio voluto dalla rete giapponese Tv Asahi ha stabilito che l’anime tratto dal fumetto di Rumiko Takahashi è uno dei cento cartoon più popolari del Giappone (89° posto in classifica). Come se non bastasse è in preparazione anche un tv drama ispirato alle vicende di Yusaku Godai e Kyôko Otonashi, atteso proprio per quest’anno, che va così a infoltire la lunga lista di adattamenti per la televisione dopo il recente “Hotaru no Haka” (il nostro “Una tomba per le lucciole”), il nuovo “Glass no Kamen” (dallo shôjo di Suzue Miuchi) e l’indimenticabile “Ace o Nerae!” (dal manga di Sumika Yamamoto).

  La ragione di tanto entusiasmo risiede soprattutto nel fatto che “Maison Ikkoku” festeggia il suo ventennale dalla prima messa in onda su Fuji Tv il 26 marzo 1986. In Italia lo abbiamo conosciuto un po’ tutti con il titolo “Cara dolce Kyôko” nel marasma delle piccole reti private e lo abbiamo apprezzato nella sua originalità con la pubblicazione integrale del fumetto da parte di Star Comics. Passano gli anni, ma questo piccolo grande cult dei sentimenti continua a essere amato. Anche qui si potrebbe passare in rassegna una serie interminabile di ragioni, oppure si potrebbe provare a farlo gareggiare con altri (temibili) rivali di amore contrastato come il popolarissimo “Orange Road”. La magia di “Maison Ikkoku” sta invece nel suo essere raccolta in un interno, dove lo scorrere del tempo e delle stagioni viene salutato da momenti di intimistica poesia (ciliegi in fiore, un trenino che viaggia in lontananza, i suoni del quartiere) e dove le abitudini domestiche restano in pratica sempre le stesse. C’è perfino un vecchio orologio sul tetto della casa con le lancette congelate sulle 11 e 20 ma nessuno pare interessato a restituirgli l’antico mestiere di scandire il trascorrere di ore e minuti. Una volta conosciuti gli inquilini inoltre serve una buona dose di coraggio per continuare a vivere sotto il tetto della “maison” più folle del quartiere. E pure questo ha radici lontane.

L’idea a Rumiko Takahashi è venuta ripensando ai giorni della giovinezza e al giorno in cui – povera lei – decise di andare a vivere da sola, quando ancora non era la disegnatrice famosa e miliardaria che conosciamo. Capovolgendo le parti, la sua storia è diventata sulla scena fumettistica dei primi anni ’80 quella di un giovane “ronin” (questa la definizione dei giovani diplomati che in Giappone tentano di superare gli esami di ammissione per entrare in prestigiose università) di nome Yusaku Godai che non soltanto ha la sventura di fallire ogni esame, ma – povero lui – finisce per innamorarsi perdutamente della padrona di casa dove risiede. La lunga serie di sfortunati eventi si combina alla spiacevole circostanza di dover sopportare coinquilini a dir poco invadenti (il misterioso Yotsuya, la rossa e sempre svestita Akemi e l’impicciona signora al pianoterra Ichinose), ma fondamentali per la natura comica della serie. È quasi impossibile immaginare “Maison Ikkoku” senza personaggi stravaganti e fuori dal comune come loro. Tutti contribuiscono a fornire – nel bene e nel male – il materiale a Godai per maturare e responsabilizzare la propria vita.

  Ma il guaio più grosso è il fatto per lui di dover conquistare il cuore di una giovane donna rimasta troppo presto vedova del marito (l’invisibile, eppur presente Soichiro) e per tale ragione insicura se iniziare una nuova vita. Anche perché i corteggiatori iniziano a farsi strada: a cominciare dal borioso insegnante di tennis Mitaka, il miglior partito sulla piazza a quanto risulta. I battibecchi del cuore non mancano da una parte e dall’altra, perché pure Godai avrà le sue gatte da pelare: una compagna di corso, una giovane studentessa innamorata e molto intraprendente. Il contributo più generoso che l’anime tv regala allo spettatore è proprio questo intrecciarsi di destini, di voci fuori campo, degli improvvisi arrivi e partenze di personaggi apparentemente minori che irrobustiscono il lato tragicomico della vicenda: provate a pensare ai genitori di Kyôko divisi sulle scelte della figlia (la madre preme affinché si risposi, il padre è ferocemente contrario). E ancora: fate caso alla vivace nonnina di Godai sempre pronta a esibire il sorriso più luccicante di tutti e a lanciare freddure sul povero nipote. Più tutti coloro che in un modo o nell’altro risultano indispensabili per tagliare il traguardo del sospirato lieto fine. Che non arriverà senza traumi e insicurezze dell’ultimo minuto. Soprattutto da parte di Kyôko. Così “Maison Ikkoku” diventa anche lo scontro tra due caratteri estremamente diversi e complessi, appartenenti a una generazione che forse neanche esiste più ma a cui guardiamo con invidia e nostalgia: la determinazione di Godai, l’ostinazione di Kyôko sono l’alibi esplosivo che rende questa serie tanto indimenticabile. O se preferite, di culto. Forse perché somiglia a un vero e proprio telefilm, anziché a un banale cartone animato: con il suo impeccabile ritmo nel raccontare le cose, la perfidia necessaria a disseminare gli episodi di colpi di scena o l’accortezza – complice la Kitty Records – di scegliere per il puro piacere del pubblico romantico la musica più coinvolgente o la canzone che scalda il cuore (a voi la scelta: da “Ci-ne-ma” di Picasso a “Begin the Night” o “Sayonara no Dessin” fino a “Suki Sa” di Anzen Chitai).

Sotto questo profilo “Maison Ikkoku” è realmente un meccanismo perfetto di intrattenimento, come ormai non se ne vedono più. Il segreto? La bravura di uno sceneggiatore tra i più completi e “attrezzati” del Sol Levante: Kazunori Ito, abituale collaboratore di Mamoru Oshii (oggi un po’ meno). E dall’entourage del regista di “Ghost in the shell” arrivano proprio coloro che hanno reso così magica questa serie. Solitamente viene indicato Kazuo Yamazaki (Proteggi la mia terra) come regista titolare dell’anime. In realtà il compito è stato equamente diviso per tre. I primi ventisei episodi sono stati affidati a Yamazaki con il character design di Yuji Moriyama (che, per la cronaca, arrivava da “Lamù – Uruseiyatsura”). La parte centrale fino al 52°episodio cambia radicalmente sia l’andamento narrativo, sia la faccia “grafica” (che passa a una veterana: Akemi Takada) e il merito va lasciato tutto al regista Takashi Anno (Miracle girls, Magica Emi, Orange Road). Per chiudere in bellezza la vicenda e coronare il sogno d’amore di Yusaku e Kyôko (dopo 96 lunghissimi appuntamenti) ci pensa un altro impareggiabile collaboratore di Oshii: Naoyuki Yoshinaga che in seguito si farà un nome nella doppia serie di oav “Patlabor” (1988 e 1991). Grazie a lui “Maison Ikkoku” celebra se stesso come anime-drama senza precedenti, ed eredi. In attesa, ovviamente, che altri dopo di lui misurino al meglio delle possibilità la temperatura sentimentale e romantica di questo capolavoro. Seguiranno infatti un bel film di Mochizuki (colui che aveva portato la parola “fine” a un altro cult dell’epoca: “Orange Road”), e soprattutto una coppia di Oav fuori sincrono narrativo rispetto a quanto visto in tv. Ma sempre parte della grande famiglia immaginata dalla principessa dei manga Rumiko Takahashi.

© 1986 Rumiko Takahashi/Kitty Films/Studio Deen/Fuji TV