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IL SALOTTO DI VENERE - Riyoko Ikeda, La Regina sono io
CON LEI SI VA SEMPRE SUL SICURO. DELLE SIGNORE DELLO SHOJO MANGA DEGLI ANNI ’70 È QUELLA DI MAGGIOR FIDUCIA: LO SANNO BENE GLI EDITORI. MERITO DELLA SUA PASSIONE PER I MERLETTI, LE MANICHE A SBUFFO, I MANUALI DI STORIA E LA RIVOLUZIONARIA LADY OSCAR.

Dice di sé: sono nata a Osaka nel 1947 e ho iniziato a disegnare fumetti da così tanto tempo che neanche più lo ricordo e come molti altri disegnatori giapponesi non ho avuto bisogno di andare a scuola per imparare il mestiere. Dite voi se non è già il tono di una che conosce a menadito il suo destino all’interno del maschile mondo del fumetto. Chiamatela pure ambizione. L’album dei ricordi parla chiaro: c’è parecchio da lavorare quando la signorina Ikeda lascia mamma e papà a casa e si dirige a Tokyo con un bagaglio pieno di sogni e voglia di indipendenza. Si iscrive all’università, dipartimento di Filosofia, ma molla quasi subito. Siamo alla fine degli anni ’60, il mondo dovrebbe essere tutto dalla parte della gioventù e si combattono battaglie per questo ideale. Il suo, Riyoko Ikeda lo troverà nel mondo dei manga dove da qualche tempo altre agguerrite signore hanno affinato la punta alla matita pur di dimostrare ai professionisti dell’altro sesso che c’è spazio per tutti e che, modestia a parte, le donne hanno una marcia in più. Il risultato si chiama shojo manga, mai prima di allora così vitale e frizzante. Eresia d’altri tempi considerarlo ancora un banale “fumetto per bambine”. Pure le signore hanno nomi da eretiche innovatrici: Moto Hagio, Machiko Satonaka, Chikako Urano, Keiko Takemiya, Yumiko Oshima, Ryoko Yamagishi. Alcune di loro rivendicano nuovi diritti per le eroine da operetta le cui storie disegnano con passione e maestria inedite. Alcune altre segretamente amano ancora il maestro di vita (artistica) Osamu Tezuka e fanno di tutto per seguirne le orme. Talvolta si aggiungono alla compagnia fanciulle di belle speranze che, come la Ikeda, provengono da altre prefetture e altre culture. Tutte accomunate dal desiderio di mostrare di che pasta sono fatte le donne.

Se guardi la signorina Riyoko con gli occhi di chi nel 1967 aveva vent’anni appena, guardi una acerba disegnatrice che si conquista l’ambito spazio sulla rivista leader di allora, «Shojo Friend», con il suo primo lavoro da ex matricola universitaria ed ex debuttante: “Bara Shiki no Shojo” (La ragazza della casa delle rose). La fissa per petali e spine c’era già. A colmare la distanza tra questo primordiale manga e il successo prossimo venturo di “Lady Oscar” è tutta questione di sguardi: ampi e acquosi come andava di moda a quel tempo. Nessuna si sottraeva e tutte ci giocavano di sponda. Manca però il successo vero. La banda è ben rappresentata, si dirà: una si fa chiamare addirittura “Gruppo 24” (dal ventiquattresimo anno dell’Era Showa, il loro anno di nascita: il 1949) e le loro opere sembrano scappatelle dal sapore vagamente letterario, come se un incantesimo segreto avesse tramutato le sorelle Brönte o Jane Austen in materia da fumetto. La Ikeda invece va per la sua strada. Quando le scivola fra le mani il libro di Stefan Zweig su Maria Antonietta di Francia (secoli prima della biografia-cult di Antonia Fraser, di cui è già pronto il film di Sofia Coppola), ha trovato il materiale giusto per una storia da rifilare settimanalmente alle lettrici di «Margaret». L’anno di grazia è il 1972 e “Versailles no Bara” (per le ammiratrici più strette: Berubara) è pronto a rivoluzionare il piccolo mondo di sentimenti dello shojo. Soprattutto: rivoluzionerà il conto in banca della disegnatrice. Dice della sua opera: come tutti i fumetti per ragazze, le relazioni interpersonali, l’appiglio per la moda e i costumi sfarzosi e infatuazioni amorose sono la chiave d’accesso di “Lady Oscar”, ma in più esso si aggancia con forza al carrozzone della Rivoluzione Francese. Ghigliottina compresa. Sarà un caso, eppure la popolarità della Ikeda da qui in avanti si muove meglio se accompagnata da sontuosi ripescaggi di polverose pagine di storia. Mentre “Berubara” si spartisce il territorio dei serial animati, quello cinematografico (viene invitato il regista Jacques Demy, esule della Nouvelle Vague) e quello che le è simbolicamente più prossimo, il teatro Takarazuka, diventando materia da guiness dei primati (1700 pagine di saga a fumetti, milioni di spettatori a seguire gli spettacoli musicali), la Ikeda ha solo l’imbarazzo della scelta. La Rivoluzione Russa diventa per lei la cornice in cui immaginare “La finestra di Orfeo” (1976), altra opera fluviale. Una biografia su Caterina II di Russia si tramuta nel maniacale “Jotei Ekaterina” (1982), maniacale per la cura dei dettagli e l’evoluzione stilistica. La nostalgia per la Francia post-rivoluzionaria è sinonimo di mezzo sequel, per cui ecco “Eroika” (1987) e partecipazione a sorpresa di alcuni personaggi di “Lady Oscar”.
Con l’uscita in fumetteria del volume “Elisabetta” (1999), bio-pic formato manga che trae ispirazione dal film omonimo di Shekhar Kapur con Cate Blanchett, la segreta passione di Riyoko Ikeda è definitivamente svelata. Le biografie storiche di grandi personaggi femminili, scortate da un apparato monumentale, sono il suo fiore all’occhiello.

Quanto basta a farne l’autentica Regina dello shojo. Senza dimenticare la sua innegabile bravura anche nel disegnare opere più brevi che non necessitano del sostegno di merletti, corsetti e spade sguainate per sopravvivere nella memoria delle appassionate: complice la serie animata di Osamu Dezaki, il titolo a casaccio che salta in mente è “Caro fratello…” (1973). Più che altro perché di questo lavoro esiste anche una versione italiana pubblicata da Star Comics. Se per “Elisabetta” è servito l’aiuto (e la matita) della discepola Erika Miyamoto, la bibliografia della Ikeda è anche più ricca di quel che sembra, sempre più frequentata da biografie o racconti ambientati in un passato distante e idilliaco. Tra questi “Nibelung no Yubiwa” (L’anello dei Nibelunghi), “Kasugano Tsubone” che è ambientato in epoca Tokugawa.
Dicono di lei che è inarrestabile, la migliore imprenditrice di se stessa. Una sovrana dello shojo senza corona, incapace di vivere lontana dal mondo dei fumetti. Madornale errore. Nel bel mezzo della sua carriera, più o meno intorno ai primi anni ’90, Riyoko Ikeda va a lezione di canto. Quello supremo, degno della sua statura regale: la lirica. Diploma in mano, mica lo affissa al muro (come osate anche solo pensarlo?). Lo esibisce come patentino professionale e si mette a cantare sul serio. Il suo sito ufficiale è una miniera di ricordi, foto, appuntamenti legati a questa passione numero due. Poi ci ripensa. Nasce “Elisabetta”, di cui scrive la sceneggiatura che affida alla brava Miyamoto. Nulla di troppo complicato o eccessivamente tirato per lunghe: basta un volume a raccontare la storia, solenne e composta, di Elisabetta I Tudor. Si intuisce subito che dietro, la mano è quella di un clone. Gli anni passano e si vede: la discreta discepola di cui nulla si sa, fa quel che può seguendo le direttive della maestra. Il monumento dedicato a questa “virginale” regina è esattamente come lei: di poche e significative parole. La cronologia degli eventi raggruppa anche il destino di altre donne, fortunate, sfortunate, come Anna Bolena e Maria Stuarda. Gli uomini ci fanno la solita figuraccia. Elisabetta diventa la regina che sposò la patria e su di sé accoglie le vestigia mortificate di quante l’hanno preceduta. Dignità di donna che la Ikeda eleva al di sopra di tutto per il bene comune. Un’eroina che somiglia dannatamente ad altri suoi leggendari personaggi.

Elisabetta © 1999 Ikeda Riyoko Production
Lady Oscar © 1979 TMS