C’era una volta lo shojo manga. Quello dei classici degli anni ’60 e ’70 con ragazzine dagli occhi sognanti e luccicanti, affascinate dal mito del Principe Azzurro, ma coraggiose e determinate a farsi largo nel mondo. C’era una volta un genere, inflazionato e in pericolo. Contro l’estinzione, è bastata però una folta delegazione di signorine che quei luccicanti occhioni li hanno caricati di nuovi significati, imbarcandosi in avventure sentimentali più vicine alla realtà. Come a dire che se vuoi capire la popolazione femminile a volte tocca sfogliare le pagine di un fumetto.
Ma per lungo tempo ci si è accontentati di un sogno a occhi aperti, dove il sentimento e il battito di cuori impazziti d’amore sono importanti quanto gli svolazzi grafici che riposano alle spalle dei personaggi dei fumetti per ragazze.
Questo accadeva quando lo shojo manga classico muoveva i primi passi, dopo la spintarella di Osamu Tezuka e “La principessa Zaffiro”, per avventurarsi in un mondo nuovo, raffinato e letterario, ma pure ordinario e affacciato su generi impensabili.
Musica, danza, sport sono diventate coordinate di pensiero valide quanto le sfiziose ambientazioni in licei prestigiosi o in pagine di storia velate di ambiguità e attraversate da modi di vivere molto lontani dalla quotidianità giapponese.
Un dichiarato esotismo che per lunghissimo tempo si è mescolato a pratiche discorsive dove l’arte del disegno doveva dimostrare alle lettrici di poter valere anche più della dimensione maschile a fumetti.
A volte fino a confondere i generi. Nelle mani di autrici come Riyoko Ikeda, Keiko Takemiya, Moto Hagio, Machiko Satonaka, Sumika Yamamoto, Yumiko Igarashi (solo per citarne alcune), lo shojo manga ha rappresentato un fortunato calderone di passioni e avventure unico e solidale alla materia femminile che andava a raccontare. Tanto più importante perché ha portato allo scoperto uno stile di disegno, ereditato sicuramente da Tezuka, infarcito di occhi grandi e colmi di luccichii, con sfondi scenografici aerei, stellati, spazzati dal vento o dalla brezza marina.
Insomma una splendida evocazione degli umani sentimenti (insicurezza, ansia, timori, gioia, felicità) per mezzo del disegno. Perfino quando le tavole di uno shojo ne sono sprovviste, quel senso di rivelazione dell’animo femminile in qualche modo esplode.
Ma questo faceva parte dell’inevitabile “c’era una volta lo shojo manga”.
Oggi, scendere dalle nuvole e tenere i piedi ben fissati a terra è invece diventato l’imperativo categorico dei tempi moderni, un periodo nel quale le necessità, i desideri e le aspirazioni delle giovani protagoniste dello shojo camminano di pari passo a quelle delle lettrici.
È una richiesta informale che arriva proprio da loro, stanche di mondi narrativi poco equidistanti dalla realtà, ma al tempo stesso accondiscendenti nei confronti di un’industria ballerina che propone tante schifezze già pronte a sposare la causa del merchandising più sfrenato.
Un bel paradosso davvero.
Tant’è che le cose migliori si trovano quasi sempre in quella proverbiale via di mezzo che conduce ai ladies comics, fumetti per lettrici non più bambine, quasi donne o donne fatte che l’universo “shojo” lo ricordano come un tragitto ormai già percorso.
È il momento di disegnatrici come Kyoko Okazaki, ancora poco nota in Italia tranne per il fatto d’aver avuto come allieva Moyoco Anno, oggi beniamina dell’editoria grazie ai successi di “Questo non è il mio corpo” (Kappa Edizioni) e “Happy Mania” (Star Comics).
È il tempo di popolari star – e non esageriamo – quali Ai Yazawa, brava davvero, che vince le sue battaglie in edicola e fumetteria grazie a opere di successo, ma pure con qualcosa da dire, come “Gokinjo Monogatari”, “NANA” e il magnifico “Paradise Kiss”.
Di lei arrivano anche i lavori giovanili, tipo “Non sono un angelo”.
Segno che il pubblico si è affezionato, e insediato ben oltre il classico ghetto nel quale lo shojo manga rischiava di finire.
Magari soltanto perché a monte esisteva l’insostituibile serie animata.
Facile intuire che troveranno posto nell’immaginario di massa anche nomi più o meno di talento, autorità importanti (vedi anche Fuyumi Souryo e Yoko Kamio), campionesse di scempiaggini come Mayumi Yokoyama (da “Chiki Chiki Banana” a “Quattro amori puri per cui ho perso la testa”) o interessanti novità in stile Chihiro Tamaki (Walkin’ Butterfly) o ancora, presenze fisse in Giappone nelle classifiche dei titoli per ragazze più venduti come Ao Mimori con “B.O.D.Y.”. 
Nomi che ormai non servono più soltanto a riempire listini di acquisti, ma a condensare un fenomeno importante capace di portare dalla sua pure il refrattario pubblico maschile, fino a livelli di temerarietà che sconfinano nel fumetto d’autore, giacché è anche merito dello shojo se oggi si possono leggere pezzi da novanta che rispondono al nome di Q-ta Minami (Cool Pine) ed Ebine Yamaji (Love my life) o rispolverare titoli come “Elisabetta” che fanno parte della bibliografia di Signore del fumetto come Riyoko Ikeda. E chissà cosa ancora ci riserva il futuro.
Abbandonarsi alla new wave dello shojo contemporaneo ci dice parecchie cose.
Tanto per cominciare, è tutto vero quanto scritto poco sopra. La caccia all’amore della vita, l’introvabile Principe Azzurro, è sempre aperta. Meglio se il corollario di sentimenti ed emozioni che gli sta intorno fa a botte con le idiosincrasie del vivere quotidiano, dove si vivacchia inseguendo le mode o diventando trendy, dove il sesso è vissuto come un rito di passaggio ma anche come sgargiante sollazzo dei sensi che va vissuto con minori attriti rispetto al passato.
Oppure viene segnalato come evento culminante di un più drastico salto a ostacoli, visto che i maschietti spesso non sono le amabili creature che la solerte mano delle disegnatrici contribuisce a rappresentare. Il mondo dello shojo di oggi è un assemblaggio – più o meno riuscito, a seconda del nome che ci infili dentro – di paure ancestrali come la solitudine, il timore di non poter far parte della “massa” o di non riuscire a esprimere nella maniera più corretta i sentimenti. “Happy Mania” della Anno è fenomenale in questo senso.
Anche perché l’autrice è forse già la prima ad aver spostato il baricentro di tutto sul “corpo”, vero, di queste eroine del nuovo millennio. Corpo sul quale lampeggiano come due fari nella notte, altri occhi giganteschi, inumani, privi di luccichii o di prolungamenti estetici dei codici classici dello shojo. La cosa funziona a dovere pure con Satomi Ikezawa, competente mangaka che non rinuncia all’ironia. Così come fa Miwa Ueda. È come se, regola non scritta, la prima cosa che uno dovesse fare è quella di fissare quegli occhi quasi ad accertarsi di essere sul posto giusto al momento giusto. Un equo scambio di certezze. Come se la tradizione new wave imponesse simili scelte grafiche per riempire (di inchiostro nero) due cavità al cui interno riposano coscienze e personalità inquiete, filosofeggianti, poetiche (loro malgrado).
Momenti di una fenomenologia in realtà mai messa a riposo ma soltanto aggiornata ai cliché del pubblico moderno. Innamorarsene è questione soggettiva. Talvolta le sciocchezze che escono dalle boccucce sante delle protagoniste di questi fumetti sono direttamente proporzionali all’area totale di quei giganteschi fari o si riempiono di retorica che piace, che non lascia mai soli coloro che ne leggono le prodezze a fumetti. Che il nuovo manuale di comportamento passi attraverso le mirabolanti commedie sentimentali inventate dallo shojo?
Alpen Rose © MICHIYO AKAISHI/Shogakukan/Tatsunoko Production
Happy Mania © Star Comics
Parfait Tic © Star Comics